Elena Cassandra Tarabotti monaca forzata

 

Elena Cassandra ebbe un’infanzia felice ma già segnata

(Venezia, Sestiere Castello 1604 – 1652 Monastero di S. Anna in Castello Venezia )

Elena Cassandra Tarabotti, monaca forzata, nasce a Venezia nel febbraio del 1604. È una bella bambina, figlia di Maria Cadena e di Stefano Tarabotti “esperto nelle cose di mare”, cittadini, discretamente benestanti, che avranno, dopo di lei, altri 10 figli. Elena è stata una bambina felice, sulle spalle di suo padre andava per le calli con le braccia aperte e godeva del sole e dell’aria della laguna!

Ma non sarebbe stata merce appetibile sul mercato matrimoniale veneziano perché, come Stefano, era zoppa. Gli occhi di suo padre e di sua madre, che, preoccupati, la guardavano muovere i primi passi devono essersi incrociati un giorno e fu quello il momento in cui decisero che l’uccellino zoppo sarebbe stato perfetto con l’abito monacale. Unica, lei, tra le sorelle, partirà da casa a 11 anni, a mano di suo padre, per non tornarci mai più. Lei, che non aveva scelto il monastero e che non era stata costretta a sceglierlo, entrò al S. Anna in Castello con le sue gambe. Elena Cassandra Tarabotti sarà una monaca forzata. Oggi, sulla soglia di quella chiesa diroccata, dietro ai giardini che ospitano la Biennale, ci guarda e ci dice:

Non vo’ mendicar scuse e colori per insinuarvi la mia sincerità: che ad ogni modo non resta che perdere a chi ha perduto la libertà”.

Elena Cassandra Tarabotti fin da piccola riceveva bambole vestite da suora

Sono sempre stata consapevole che nascere in questo tempo e in questa parte di mondo sia stata una fortuna, io ho potuto scegliere; Elena invece ha subito la violenza della persuasione. Fin da piccola Elena, già monaca per i suoi, avrebbe ricevuto bambole vestite da suora, frasi e buffetti che avrebbero dipinto nella sua fantasia le delizie racchiuse nei giardini del monastero. Le si diceva che gli alberi producevano balocchi e dolciumi. Lei, ascoltava come tutti i bambini, occhi e bocca aperti, quelle lusinghe e allungava già le mani per prendere quelle leccornie. Inoltre ad attenderla ci sarebbe stata una zia che, le promettevano, sarebbe stata per lei più che madre. Quel giorno, a 11 anni, salutò la mamma e finalmente, andò incontro al suo destino di privilegiata. Stefano Tarabotti siglò quello scambio con la badessa versando i 1000 ducati stabiliti dalla Serenissima e lasciando la piccola Elena Cassandra al suo destino di monaca forzata.

Da bambina ingannata a letterata autodidatta

Nel 1620 prese i voti, morì, nacque Suor Arcangela, privata “del suo più caro ornamento”.

Quando, Elena Cassandra Tarabotti, si è resa conto di essere una monaca forzata? Avrà tentato di cambiare il suo destino? Avrà supplicato i suoi di ridisegnarle una vita diversa?  La verità, amara, apparve totalmente dopo i voti. Di lei si parlerà molto, anche nei secoli successivi, e ne parleranno per la maggior parte uomini in qualità di corrispondenti, di amici/nemici letterari e di critici. Suor Arcangela non sceglierà il sesso, assai praticato all’interno dei monasteri da monache e monachini; per sopportare la sua esistenza da reclusa, lei sceglierà la scrittura, unico mezzo per portare la sua voce al di là delle sbarre. Con gli occhi buttati oltre la grata, Arcangela guardava la sua laguna e faceva i conti con la sua poca istruzione. Sapeva leggere e scrivere malamente tuttavia si mise all’opera “senz’haver havuto lume alcuno di Lettere”.

La Tirannia Paterna e l’Inferno Monacale

La Tirannia Paterna era un bel titolo, veritiero ma troppo provocatorio. Elena Cassandra Tarabotti, monaca forzata sapeva che non sarebbe mai stato pubblicato perché il controllo dell’Inquisizione era puntuale e la cultura misogina a Venezia imperava. Meglio spostare l’attenzione dal persecutore al perseguitato, La semplicità ingannata. Si! Quello poteva andare bene. Arcangela, rompendo la tradizione che voleva le monache autrici di sole opere religiose, scrisse di come la persuasione dei familiari inganni la semplicità delle bimbe per spingerle alla monacazione.Poi scrisse L’Inferno Monacale per aprire porte e finestre, per spalancare i muri e svelare com’era la vita lì dentro. Dedica l’opera ai padri. Vi dedico dunque quell’Inferno a cui perpetuamente condanate le vostre visere, per preludio di quello che dovete goder etterno, restando di voi, Scandalizzata sempre.

La vita delle monache forzate era un Inferno

Consapevole, mai accecata da una visione estrema, distinse sempre fra “le habitatrici volontarie d’un monastero” e le “monache forzate (che) provano in questa vita tutte le pene d’Inferno”.

Queste ultime vagano per il convento “a guisa di furibonde fere” e per il furore e per la smania “si stupiscono di se medesime” e “il fine di molte dell’imprigionate è il perdere forsi l’anima”. “Le monache raccordandosi il lasciato mondo, né vedendosi spirar né pur un’aura di salutifera speranza piangon di continuo”.

In un’unica vita Elena e suor Arcangela sono state la stessa persona; un prima dove ancora tutto per lei era possibile e un dopo dove qualcuno, che non era lei, aveva determinato il suo destino estraneo al suo volere, al suo sentire, ad ogni impulso che la caratterizzava. La sua vita era stata violata e non c’era più niente da fare, “alle monache è destinato il morire più d’una volta”.

La famiglia sceglieva la figlia più bella per farla sposare

Pensando ad Arcangela, provo la solitudine più profonda. Né padre né madre per consolarla, né fratelli e sorelle. Lei stessa ci racconta che le famiglie “per non scaricar gli scrigni di tesoro e privar di comodi superflui le case loro” scelgono tra le figlie la più bella e colta per fare il buon matrimonio, le altre le condannano “al laberinto d’un chiostro”. La Ragion di Stato più di tutto!

Avrà odiato le sue sorelle destinate a diventare spose? Forse sì. Sarà stato lo sguardo alla sua ruvida tunica a scatenare l’invidia verso “il vestito ricco di ricami… la superba e gentilissima calzetta,…guanti, fiocchi, stringhe della destinata a sposo tereno. Le più preciose perle dell’Oriente son chiamate ad adornarle il collo”.

Arcangela scrive per denunciare

Ma Arcangela non è una donna che si piange addosso, capito l’inganno ordito dalle famiglie e noto sia alla Serenissima sia alle istituzioni ecclesiastiche, denuncia con una penna di fuoco.

La sua attività nei parlatori è frenetica, scambia lettere con almeno una quindicina di corrispondenti. Sono molti gli amici che leggono le sue opere come il bibliotecario del cardinale Mazarino, Gabriel Naudè, l’ambasciatrice Des Hameaux, l’ambasciatore Nicolas Bretel de Gremonville, i letterati come il Pallavicino, l’Aprosio, il Brusoni, il Loredan, Ciro di Pers, il conte Bissari molti di questi erano libertini appartenenti all’Accademia degli Incogniti. Quanto desiderava pubblicare almeno una delle sue opere! Ci provava, chiedeva, allungava manoscritti dalle grate dei parlatori, li spediva, ma ancora non c’era risucita. Per una donna, monaca, che con la penna scagliava pietre contro la società veneziana e le sue istituzioni, pubblicare non era per niente facile.

La donna e la letterata fremevano, molti leggevano e commentavano. Scaturirono anche non poche polemiche e qualche delusione.

Le sue opere vengono pubblicate: specchio della società del Seicento.

Oltre i quaranta la monaca letterata pubblicò. Suor Arcangela nell’Antisatira in risposta al “Lusso donnesco” difende il lusso, lo sfoggio e lo sfarzo della moda femminile. La sua opera avrà così tanto successo da stamparne due edizioni. In Che le donne siano della spetie degli huomini sostiene con argomentazioni teologiche l’esistenza dell’anima nel gentil sesso. Infine a coronamento di una carriera ormai conquistata e solida nel 1650 pubblicherà Lettere familari e di complimento.

C’era riuscita, faceva parte di quella res publica literaria a cui tanto aveva ambito.

La cultura del tempo ben tollerava le forzate perché il danno non veniva riconosciuto, anzi, la monacazione sembrava una via per proteggere le ragazze e dare loro la possibilità di una vita tranquilla. Sarebbero state fuori dai pericoli del mondo, del matrimonio e avrebbero avuto l’istruzione che alla maggior parte delle donne non veniva impartita.

Ecco perché la vita e l’opera di suor Arcangela Tarabotti non è solo la scrittura di una tragedia personale ma il dipinto corale della condizione della donna nel Seicento. Lei sapeva bene che anche le forzate al matrimonio vivevano vite tremende. Sua sarà un’opera andata perduta intitolata Il Purgatorio delle mal maritate.

Venezia aveva conosciuto più di altre città una letteratura femminile con Gaspara Stampa, Veronica Franco, Moderata Fonte ed altre. Tuttavia l’aspetto misogino non si era mai allentato. Nel Seicento anzi si registra una regressione e si torna a discutere se la donna sia dotata o meno dell’anima.

Opere pubblicate

Suor Arcangela grazie alle sue conoscenze riuscirà a pubblicare cinque libri di cui due sulla condizione monacale. Il Paradiso Monacale pubblicato nel 1643 sarà meno sferzante ma parlerà ugualmente delle forzate accanto alle volontarie. La Semplicità Ingannata invece sarà pubblicata postuma nel 1654 e finirà all’Indice. L’Inferno monacale sarà pubblicato da Francesca Medioli per i caratteri di Rosemberg & Sellier nel maggio del 1990, fino ad allora rimarrà manoscritto.

Suor Arcangela morirà nel 1652 e pur avendo chiesto, in punto di morte, di bruciare i suoi scritti, la sua denuncia rimarrà immortale grazie alla sua scrittura.

 

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