presunto ritratto di Veronica Franco

Veronica Franco poetessa e cortigiana

E qual ella si sia, la mia bellezza, quella che di lodar non sete stanco, spenderò poscia in vostra contentezza: dolcemente congiunta al vostro fianco, le delizie d’amor farò gustarvi, quand’egli è ben appreso al lato manco; e’n ciò potrei tal diletto recarvi, che chiamar vi potreste per contento, e d’avantaggio appresso innamorarvi”.(Terze Rime, II, vv.145-153.)

Bella, colta e ambiziosa ma soprattutto “carismatica”: così si presentava Veronica Franco, la cortigiana più bella e ambita nella Venezia del XVI secolo. Non ha mai nascosto la sua professione e forse non ce n’era bisogno in una città che esibiva un Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia con tariffe e luoghi degli incontri.

Veronica adorava il lusso indossava gioielli e tessuti molto costosi. Nel 1570 in un suo primo testamento accennava ad un filo di 51 perle del valore di 100 ducati e ad un vestito di “raso pagierino, intagliata di lama d’arzento, et perfillata d’oro e cremesina”.

Veronica, poetessa e cortigiana: amante del re di Francia

Nel 1574, durante la visita di Enrico III di Valois, re di Francia, Veronica fu scelta come amante di una notte. Forse già per la sua fama, forse perché Andrea Tron, a lei legato, consigliò il re; di certo l’episodio elevò la sua fama di cortigiana e le diede grande notorietà. Lei per farsi ricordare donò al re un suo ritratto e due sonetti, scritti di suo pugno.

Era nata a Venezia nel 1546 da Francesco, appartenente a una famiglia della classe dei cosiddetti cittadini originari, e da Paola Fracassa, cortigiana, che presto avviò la figlia alla sua stessa professione.

Figlia d’arte dunque! Ma va detto che c’era una bella differenza tra la cortigiana e la meretrice; quest’ultima era dedita alla prostituzione mentre la cortigiana ricopriva una posizione socialmente elevata grazie ai benefici del denaro e delle conoscenze influenti. La cortigiana era colta, sapeva intrattenere, suonare, comporre sonetti e conversare amabilmente.

La Franco era una donna sposata; si era legata giovanissima a Paolo Panizza, medico, ma se ne era separata poco dopo. Per fare “la vita” c’era bisogno di protettori e tra i suoi figurano nomi noti quali Marcantonio Della Torre, preposto di Verona, proprietario del castello di Fumane; Lodovico Ramberti, che fornì al fratello in carcere un veleno per evitargli le sofferenze del patibolo; Guido Antonio Pizzamano, impiegato presso la magistratura degli avogadori fiscali, che conviveva, con la moglie e con l’amante, Camilla Rota, una monaca fuggita dal monastero di S. Spirito alle Zattere. le ragazze monacate, anche forzatamente, erano assai numerose a Venezia.

Veronica ebbe due figli, Achilletto (padre incerto) ed Enea, dal patrizio Andrea Tron, anche se durante il processo del 1580 disse di aver partorito sei volte. Fece due volte testamento e i documenti che ci rimangono la mostrano attenta alla gestione dei suoi beni, ma generosa, anche “spendacciona”, nei confronti di parenti e amici. Il Tassini ci dice che spendeva i soldi “colla facilità istessa con cui l’aveva guadagnati”.

Veronica poetessa e cortigiana, legata alla Venezia letteraria

Veronica fu legata all’aristocrazia intellettuale veneziana: aveva stretto amicizia con celebri artisti e letterati e frequentava assiduamente la nobile famiglia bresciana dei Martinengo, quella degli Zacco, ma soprattutto il famoso circolo letterario “Ca’ Venier” che ruotava intorno a Domenico Venier, poeta, uomo di mondo e suo protettore, fidato consigliere, e forse revisore dei suoi scritti.

Impazzivano per lei anche quando gli anni cominciarono a segnarle il viso. Ad un’apprendista cortigiana diceva….“Molti uomini vogliono solo me, potrebbero avere donne più giovani, più belle e meno care, ma vengono da me per annusarmi e vivermi…”

Veronica è l’autrice di una raccolta di Terze Rime, di gusto petrarchesco, assai pregevole in cui si apprezza l’originalità di alcune scelte poetiche e metriche, come nel caso delle terzine non sempre scontate. La raccolta fu dedicata al duca di Mantova e di Monferrato.

Nel 1580 curò l’edizione delle sue cinquanta Lettere familiari a diversi dalla s. Veronica Franco all’illustriss. et reverendiss. monsignor Luigi d’Este, cardinale dedicate a Luigi d’Este, cardinale di Ferrara.

Giungono a noi grazie all’attenzione di Benedetto Croce che, traendole da una miscellanea di altri epistolari italiani, le ristampò. Due delle cinquanta portano il nome del destinatario, quella a Enrico III di Valois, e quella al Tintoretto, in cui si fa riferimento al ritratto che il pittore le fece e che oggi rimane ancora una questione aperta. Gli interessi culturali e i rapporti letterari di Veronica sono assai ampi; sia le Lettere che le Terze Rime sono il frutto della ricerca di un decoro letterario, della fama e della memoria di sé.

Ma descrivono anche, con vivacità, la sua esistenza quotidiana e la sua professione, mai nascosta: quella delle “donne costrette a mangiare con l’altrui bocca, a dormire con gli occhi altrui, a muoversi secondo l’altrui desiderio“, come scrive nella lettera XLV. Famosa è la lettera indirizzata a una madre per esortarla a non avviare la figlia alla vita di cortigiana. La sincerità dell’epistolario ha attirato le simpatie di quei critici che, a partire dal Croce, l’hanno spesso paragonata a Tullia d’Aragona. Quest’ultima cercò sempre di nascondere il suo mestiere.

La peste e l’inizio  della fine

Poi arrivò la peste. Tra il 1575/6 Veronica perse la maggior parte dei suoi averi. A 34 anni decise di abbandonare la professione. Dalle carte che parlano di lei si legge che nel maggio del 1580  fu derubata in casa sua. Si rivolse allora all’autorità ecclesiastica per ottenere da parte del Patriarca un’ingiunzione di consegna, come dimostra il documento conservato nell’Archivio patriarcale di Venezia, (22 maggio 1580), e reso pubblico.

Invece, nell’ottobre, in due sole sedute, finì davanti al tribunale del Sant’Uffizio sospettata di immoralità e stregoneria: “Veronica Franca publica meretrice“. A denunciarla era stato il precettore di suo figlio Achilletto, Ridolfo Vannitelli, che testimoniò di averla vista ricorrere a sortilegi e a invocazioni diaboliche per ritrovare gli oggetti che le erano stati trafugati. A quel tempo si praticava l’inghistara: uno scongiuro che richiedeva una brocca piena di acqua santa. La Franco si difese molto bene e si dichiarò innocente in quanto “la più timida dona del mondo de demonii et de morti“.

Il tribunale l’assolse, anche per l’intervento dei suoi influenti protettori veneziani. La Franco era una donna del suo tempo perfettamente consapevole della brutta fine che spesso attendeva le cortigiane; passato il fior di gioventù, malattie veneree e povertà rischiavano di ridurre ad un cencio umano anche le donne, un tempo, più ricercate ed apprezzate. Figura infatti un Memoriale, un “secreto aricordo“, che doveva essere consegnato al doge e alla Serenissima Signoria (mai consegnato in realtà) nel quale Veronica proponeva la fondazione di un ospizio che ospitasse prostitute pentite o anziane e proponeva lei stessa come direttrice del luogo. In effetti nel 1580 venne istituita una Casa di soccorso presso la chiesa di S. Nicolò di Tolentino, ma non si sa se la Franco partecipò all’iniziativa.

Nel 1582 i suoi redditi erano da fame. Un fratello era morto di peste e quindi doveva badare anche ai nipoti.  Non si sa molto da lì in poi se non che a 45 anni, il 22 luglio 1591, morì di febbre a S. Moisè. Fino all’ultimo giorno si dedicò alla poesia e ai suoi rapporti letterari.

Venezia lasciva e bigotta

Oltre all’annosa polemica con Maffio Venier, nei secoli, molto si parlò della cortigiana Veronica, meno della poetessa come lei avrebbe voluto. Questo a dimostrazione che pur in una Venezia che con cortigiane e meretrici si destreggiava in modo disinibito, esisteva in ogni caso il pregiudizio misogino. A testimonianza di quanto Venezia sia sempre stata l’insieme degli opposti basta ricordare la massima che riassume la vita di un nobiluomo veneziano:

La matina na messeta (messa), dopo pranzo na basseta (gioco d’azzardo) dopo zena na donneta (una donna al casino).”

Molti furono i detrattori di Veronica che la dipinsero come una prostituta immorale.  Solo dopo il saggio crociano sulla lirica cinquecentesca, uscito nel 1933, ha ricevuto studi più adeguati che hanno collocato la sua opera all’interno della società letteraria veneziana e che hanno evidenziato l’originalità di alcune scelte poetiche.

Nel 1992 Dacia Maraini ha scritto un testo teatrale in due atti a lei ispirato: Veronica, meretrice e scrittora, Milano 1992.

Di lei rimane la storia di una donna espressione dell’amore senza veli né ipocrisie, schietta e perciò oggi migliore di quanti l’hanno voluta deturpare esibendo al mondo solo “la cortigiana” oscurando della “poetessa” il legittimo e conquistato valore letterario.

 

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