Pensieri nel giorno dell’Epifania…

Pensieri nel giorno dell’Epifania…Manifestazione.

Ho sempre sentito nella mia vita una parte importante d’infinito. Ora, spiegare come e cosa è difficile perché si tratta di una percezione. Come certe idee che occupano la mente ancora leggera, la mattina appena sveglia, e che si sviluppano lucidamente in pensieri, legami logici e coerenti e che, in un attimo, fuggono via. Come un momento di grazia in una dimensione di maggiore intelligenza, che svanisce. Poi la vita passa, accade ed è piena di cose finite, di azioni quotidiane e di gesti ripetuti.

Ed è quando il tempo allenta la presa e si torna, brevemente, a dedicarlo a sé stessi che questo infinito ritorna. Una domanda ricorre: la vita di quali cose è fatta? Qual è il gancio tra il finito che sono e l’infinito che sento? E di fronte a queste domande si percorre facilmente il tempo a ritroso. Cerco i miei simboli e trovo tutto, integro, solo un po’ sparpagliato. I simboli dell’infanzia sono mitici. Quella dimensione assoluta lascia intatti nella memoria suoni, profumi, figure e certezze.

Certezze

Io ero certa che gli adulti della mia famiglia, tutti, fossero buoni e che mi avrebbero protetta. Loro erano “i grandi” e io ero “piccola”. Infatti non mi preoccupavo di nulla, solo di crescere; quella era l’attesa impellente. Da un lato della casa, nel poggiolo, verso est, guardavo la campagna e mi chiedevo cosa avrei fatto da grande e quale sarebbe stata la mia vita. Questo infinito che sentivo mi suggestionava parecchio.

Le nonne sono state figure importanti. Entrambe matriarche. A casa dell’una c’erano la grande famiglia, le feste comandate, i cugini, le vacanze estive per me e mia sorella.  C’erano la stalla, l’enorme toro che scappava di notte nell’eterna lotta tra l’uomo e la forza bruta, i vitellini che nascevano, il latte appena munto, le corse e la libertà assoluta.

A casa dell’altra c’erano gli affari i quindici giorni al mare, la collanina di perline, il gelato dopo il bagno e la nostalgia di casa. La vita in campagna era dura ma, di questo, me ne sono accorta quando ho vissuto un’altra vita, senza campagna. Da sempre gli animali sono stati amici tranne l’oca maschio che disputava con me la leadership nel cortile.

Le ruote

Poi, fondamentali nella mia adolescenza furono le ruote, prima della bicicletta, poi del motorino. La scuola, la piazza, gli amici si potevano raggiungere solo grazie alle ruote. Per la gente di campagna spostarsi diviene un atto naturale, come tornare. Poi furono i libri a detenere la maggior parte della mia vita, prima per dovere, poi per piacere, anche oggi.

E l’infinito si fa sentire ancora, con un accento di già vissuto, non tutto, ma per molte cose importanti, si; l’amore della passione, della tenerezza, del generare vita. Una figlia è l’atto più infinito della mia vita finita.

Nell’infinito il finito

Vivendo ci si rende conto che prima i progetti sono molti e i ricordi pochi, poi i progetti sono meno e i ricordi sempre di più. Per questo occorre organizzarli bene in modo che rimangano lucidamente impressi. L’essere umano rende splendenti le cose già vissute, quelle belle almeno. La giovinezza risulta scintillante quando è passata, d’altro canto rientra in quel guardarsi da fuori che è possibile solo prendendo le distanze.

Ora l’infinito si traduce in aspirazioni a comprendere e a sintetizzare. Si traduce in consapevolezza che vede legami nel tempo tra persone, famiglie, sangue e anima. È infinito lo sguardo di mio padre che spesso non dice tutto ma che c’è e solo essendoci mi dice che io ci sono e che tutto continuerà, all’infinito, dopo di lui e dopo di me.